sabato 23 settembre 2017

Elena ed Emanuela: vorremmo i nostri OrtiAlti sui tetti di scuole e garage

La mia curiosità per gli orti alti è nata qualche anno fa, dopo aver visto il documentario Ortiloquiando, del documentarista torinese Dario Cicchero, su youtube (ne avevo parlato molto tempo fa, in uno dei primissimi post di Rotta su Torino, quando era ancora un'idea e non un blog regolarmente aggiornato). Quando, grazie all'orto sui tetti delle Fonderie Ozenem, ho scoperto OrtiAlti, il bel progetto che stanno portando avanti le architette Elena Carmagnani ed Emanuela Saporito, ho pensato che prima o poi avrei dovuto parlare con loro: mi piace che uniscano architettura e verde a partecipazione e solidarietà, mi piace che siano due donne a lavorare duro per dare all'architettura un respiro innovativo nel modo di ripensare le città e le loro aree inutilizzate. E, dopo aver chiacchierato con loro, posso dire di aver amato la loro passione, la loro idea di architettura e alcune risposte non convenzionali che riconoscerete?


Elena Carmagnani ed Emanuela Saporito (sin) e Our secret garden (ds)

- Come nasce il vostro interesse per il rapporto tra architettura e natura?
Elena: "Nasce grazie a Our secret garden, l'orto realizzato qui sopra, sui tetti dello Studio 999, in cui lavoro. Quando abbiamo pensato che potevamo creare uno spazio a verde sulla soletta di cemento del tetto piano, ho fatto un corso da Legambiente e in un certo senso è stato divertente: ero l'unica che aveva un tetto come area da trasformare in orto, per cui c'è stato un po' di panico generale per le problematiche da risolvere, tutte nuove e mai pensate prima. Di lì, ho approfondito le mie conoscenze e mi sono appassionata, fino a OrtiAlti"
Emanuela: "A me hanno sempre interessato i processi di trasformazione urbana, in particolare le pratiche di trasformazione partecipativa, in cui la comunità ha un ruolo attivo. Non ho mai creduto all'architetto demiurgo che spiega come abitare, ho sempre avuto un approccio più attento alle tematiche socio-politiche, per cui ho approfondito gli anni 70, con i loro modelli di auto-organizzazione e auto-costruzione nei processi urbani, con l'architetto al servizio del fruitore finale, l'abitante. Avendo questo approccio, è stato naturale interessarmi agli spazi verdi, interpretandoli come luoghi di partecipazione e accoglienza; rispetto agli altri luoghi, l'orto presenta anche la produzione, che è occasione di socializzazione"

- La vostra esperienza pilota è stato l'orto alto sui tetti delle Fonderie Ozanam. A più di un anno dalla sua inaugurazione, passato perciò il tempo delle emozioni, cosa avete amato di più di quell'esperienza?
Emanuela: "Tutto quello che abbiamo imparato. È stato davvero un'esperienza che ci ha arricchito professionalmente, perché ci ha messo alla prova con le difficoltà amministrative, che possono sembrare anche banali, ma come si registra un orto sui tetti, dato che non esiste ancora la tipologia? È stato un lungo lavoro con i funzionari del Comune, per arrivare a una definizione. Poi c'è stata la piantumazione, l'ortoterapia per i giovani tossicodipendenti che nell'orto hanno trovato un'occasione di riscatto, siamo riuscite a coinvolgere due cooperative sociali. Abbiamo attivato così tante progettualità diverse, attente alla partecipazione e al sociale, che è la cosa che oggi mi è piaciuta di più".
Elena: "Mi è piaciuto l'opportunità che rappresenta. È stato un piccolo intervento, la creazione di un orto sui tetti, ma intorno si sono mosse tante realtà, ci sono tanti tasselli che sono andati al loro posto, dando notorietà a un edificio che nessuno conosceva prima, dando opportunità ai ragazzi che vi lavorano adesso e creando buone occasioni. Un piccolo intervento ha fatto tanto"


L'OrtoAlto di Le Fonderie di Ozanam

- Se poteste scegliere, libere da vincoli di fattibilità e qualunque difficoltà, dove vorreste vedere un OrtoAlto?
Elena: "Mi piacerebbe su una scuola, non faccio nomi perché c'è l'imbarazzo della scelta. Vorrei un orto coltivato dai bambini insieme agli abitanti, pensando al nuovo modello di scuola civica che si apre al quartiere"
Emanuela: "Sui tetti dei garage di Torino. So che avrei dovuto citare qualche bel palazzo noto o magari il tetto della Fiat Mirafiori, perché no?, ma penso a tutti quei quartieri costruiti negli anni 60 e 70 con i box in bella vista: come sarebbe più gradevole il panorama, per chi abita lì, se i box fossero coperti da orti!"

- È difficile realizzare un OrtoAlto, sui tetti di Torino? Ai torinesi non piacciono?
Elena: "Non è questione di piacere, ci hanno contattato tante volte, perché molto interessati: l'idea dell'orto sul tetto in sé piace e affascina. Il problema sono gli ostacoli, che sono di due ordini, amministrativo ed economico. La realizzazione di un orto sui tetti ha ovviamente i suoi costi, per le impermeabilizzazioni, la terra, la sicurezza. E se si è in un condominio bisogna passare attraverso le assemblee di condominio, dove in genere i progetti si arenano causa mancata unanimità. Per i privati le cose sono più semplici"

- Progetti futuri, dopo Ozanam e Or-TO, davanti a Eataly del Lingotto?
Elena: "Dopo l'Or-TO, c'è stato il vigne-TO: Eataly ha saputo dare vivacità a un piazzale che prima nessuno considerava e che adesso è diventato luogo di socializzazione; ci saranno altre cose nei prossimi mesi, insistendo sulla stagionalità dei prodotti. È appena partito l'orto di Leroy Merlin, a Torino Nord, che è stato un progetto lungo ed emozionante, avendo coinvolto anche i residenti: molte famiglie hanno realizzato il proprio orto prendendosene cura sin dall'apporto della terra. Adesso c'è un progetto anche con Carrefour, a Nichelino"


Il Vigne-TO davanti a Eataly, al Lingotto

- Ritorna quello che dicevate, che sui tetti dei condomini è complicato. Sono coinvolti grandi marchi, anche internazionali, e presentate sempre progetti di partecipazione
Emanuela: "Sì, la partecipazione è uno degli elementi essenziali degli OrtiAlti e questi marchi hanno spazi, risorse e un interesse per il verde, considerato come valore aggiunto e spazio di socializzazione, anche per la loro immagine"

- Voi parlate molto di partecipazione e di inclusione ed è sempre più frequente vedere progetti di architettura pensati con questa formula. Perché, secondo voi, l'architettura sta riscoprendo la partecipazione nelle grandi trasformazioni?
Emanuela: "Concorrono varie ragioni, secondo me. Prima di tutto c'è la crisi della professione, che ha costretto molti architetti a riposizionarsi e a fare un bagno di realtà, perché l'epoca delle archistar è finita. È cambiato anche il mercato, sono cambiati i committenti: le amministrazioni pubbliche non hanno più le risorse disponibili fino al decennio scorso, la partecipazione di cui si parlava all'epoca era più strumentale che reale. La committenza attuale è molto più varia, può essere il terzo settore, che promuove processi di trasformazione, possono essere gruppi di cittadini per il recupero di un'area dismessa, il progettista è uno degli attori che partecipano alla trasformazione. Questo significa tante cose, che devi cambiare la tua mentalità, che devi acquisire nuovi saperi, non solo l'architettura, ma anche il fundraising e la comunicazione, per esempio, sono sfide nuove, che possono spiazzare, ma sono anche estremamente affascinanti, per le opportunità che offrono e per la responsabilità sociale dell'architetto".

- Come si lavora in due, dovendo pensare a progetti e dovendo mettere insieme idee diverse?
Elena: "Bene, la cosa bella della nostra collaborazione è che non perdiamo mai i pezzi del lavoro dell'altra. C'è la divisione dei ruoli data dalle predisposizioni e inclinazioni personali, ovviamente, ma nessuna si concentra solo sui problemi che deve affrontare e sa sempre quello che sta facendo l'altra, non è una cosa così scontata da ottenere, ma è quello che rende facile lavorare insieme".

OrtiAlti ha un sito web (da cui sono tratte le fotografie non @rsto) ed è anche su Facebook.


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