mercoledì 22 novembre 2017

10 anni dopo il rogo della Thyssen: lo stabilimento sia monumento dei caduti sul lavoro

È stato in una notte di dicembre di ormai dieci anni fa. Tra il 5 e 6 dicembre 2007, una fuoriuscita di olio bollente, sulla linea 5 dell'acciaieria della ThyssenKrupp di Torino, investì in pieno otto operai, causando la morte di sette di loro nei giorni successivi: persero la vita Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone e Roberto Scola, che i loro nomi non vengano dimenticati; sopravvisse solo Antonio Boccuzzi, che parlò di "una palla di fuoco" che li investì, che non è mai più voluto tornare dentro lo stabilimento della Thyssen, in corso Regina Margherita e che sta dedicando la sua vita a esigere giustizia per i compagni morti e maggiore sicurezza sul lavoro. Una palla di fuoco che gli operai non riuscirono a fermare a causa degli estintori vuoti o scaduti e delle misure di sicurezza carenti. Risparmiare sulla sicurezza, senza preoccuparsi delle vite umane. è stata questa la filosofia dei dirigenti del gruppo tedesco, che ha causato il rogo e la tragedia.


C'è stato un processo contro i dirigenti della ThyssenKrupp e contro i responsabili dello stabilimento: l'amministratore delegato del gruppo tedesco Harald Espenhahn è stato condannato definitivamente a 9 anni e 8 mesi per omicidio colposo plurimo, Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, dirigenti dell'azienda sono stati condannati a 6 anni e 10 mesi per omicidio e incendio colposi e per omissione delle cautele antinfortunistiche; Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo, è stato condannato a 7 anni e 6 mesi. Condanne pesanti, ma minori rispetto alla prima sentenza del Tribunale di Torino e che per gli imputati tedeschi non sono ancora state esecutive, visto che vivono liberi in Germania e non hanno visto il carcere neanche per un giorno.

Dieci anni dopo, rimangono sei famiglie che hanno perso una persona cara, un uomo che ha visto al propria vita sconvolta, una Giustizia che ha faticato a imporre alcuni principi che dovrebbero essere indiscutibili, come il dovere dei dirigenti d'azienda di garantire la sicurezza sul lavoro e il lavoro come fonte di sostentamento e dignità e non come pericolo di vita. Rimane anche uno stabilimento abbandonato ormai da anni, al fondo di corso Regina Margherita, a poca distanza dalla tangenziale e di fronte al Parco della Pellerina: è stato chiuso nel 2008, in seguito a un accordo tra la ThyssenKrupp e le autorità italiane, e da allora non è più stato utilizzato. Un reportage, pubblicato da lastampa.it, ne constata lo stato di degrado: i buchi nelle pareti per poter entrare, i vetri rotti, i resti dei cavi ammucchiati, il vuoto nelle grandi navate, da cui è stato portato via tutto il possibile, dopo la chiusura. Nel suo bell'articolo, Lodovico Poletto parla "di quell'odore stagnante ancora sui muri dove c’era la Linea 5. E la fuliggine cristallizzata dal tempo e dal calore dell'esplosione è memoria che neppure i ladri e teppisti hanno avuto coraggio di sfiorare o cancellare a colpi di spray colorati". Guardate il video curato da Poletto, con le riprese di Daniele Solavaggione, è la testimonianza del degrado e dell'abbandono.

Ed è anche testimonianza di un edificio di grandi potenzialità, visti i suoi grandi spazi, la luce spiovente dall'alto e quel ritmo di pilastri che un po' ricorda l'area dello strippaggio del Parco Dora e un po' le OGR appena restituite alla città dalla Fondazione CRT. Si è parlato spesso di come utilizzare l'area Thyssen, adesso che l'industria pesante appartiene al passato di Torino. Trasformare quella struttura nell'ennesimo centro commerciale di cui la città non ha bisogno? Abbatterla e ricavarne un nuovo quartiere residenziale? E come fare per dare un futuro sostenibile all'area e, allo stesso tempo, non dimenticare la tragedia del rogo di dicembre 2007?

È ancora La Stampa ad avanzare una proposta suggestiva e condivisibile, che permetta allo stabilimento della Thyssen di mantenere il fascino architettonico delle sue navate e, allo stesso tempo, di rendere omaggio a chi in quelle navate ha perso la vita, a causa della negligenza di chi doveva garantire la sicurezza. Il luogo della tragedia come ""monumento del dolore" per i morti della Thyssen, ma pure per tutti i caduti sul lavoro. Non solo per non dimenticare le vittime, ma soprattutto come solenne monito perché ciascuno, nelle diverse responsabilità e competenze, si impegni a ridurre, finché sarà possibile, questo insopportabile carico di morte sul mondo del lavoro" scrive il quotidiano torinese. Un luogo che non sia solo Museo di memorie tragiche, ma che "testimoni la volontà dell'intera comunità nazionale di prendere tutti quei provvedimenti che sono necessari perché le tragedie sul lavoro non siano considerate un inevitabile tributo di vittime innocenti". Mi piace anche la considerazione fatta dall'autore dell'articolo, Luigi La Spina, sulla sfida che aspetterebbe gli architetti in un eventuale concorso internazionale: "Non più ai cieli delle nostre città, ma in quelli, meno praticati e meno affascinanti, che sono stati gli inferi di ferro e di fuoco in cui si è consumata la vita di tanti uomini e di tante donne", per trasformare la Thyssen abbandonata "in un solenne simbolo di promessa e di riscatto".

Una bella proposta, a cui Rotta su Torino si unisce, pronto a seguire le risposte e i passi che saranno dati per realizzarla.

PS Guardate il video di Poletto e Solavaggione, al link già indicato. La foto, da lastampa.it


martedì 21 novembre 2017

Quando in via Di Nanni non passava il tram

Due cartoline di qualche decennio fa, probabilmente degli anni '50, a giudicare dalle auto e dall'abbigliamento dei passanti, e via Di Nanni ha un altro aspetto. Siamo in Borgo San Paolo, sull'asse principale di questo quartiere nato rosso e operaio: via Di Nanni inizia davanti alla chiesa neogotica di San Bernardino, uno dei simboli d'identità più forti del borgo, e finisce in piazza Adriano, ai bordi di Cit Turin, dopo aver attraversato Cenisia. Nella cartolina in basso a destra  non ci sono i binari del 16, che oggi occupano la parte centrale in entrambi i sensi di marcia, le auto sono poche e rarissime, tanto che i pedoni camminano per strada senza curarsi (provate a farlo oggi!), via Di Nanni appare ampia, come uno dei viali storici torinesi.


Oggi, ancora asse di collegamento fondamentale per il quartiere, dotata di negozi, locali e cinema (l'Eliseo, in piazza Sabotino) che la rendono vivace centro d'attrazione anche per altri quartieri, via Di Nanni sembra più stretta: saranno i binari del tram, sarà il traffico delle auto, decuplicato, sarà la sosta selvaggia, lì come in tante altre strade delle città italiane, ma guardate com'era diverso l'effetto, qualche decennio fa!

Le cartoline, da Torino Sparita, su skyscrapercity.com.


lunedì 20 novembre 2017

La festa dei 10 anni di City Sightseeing Torino, con biglietto gratuito per i torinesi

10 anni di City Sightseeing anche a Torino: il 24 novembre 2007 il bus turistico iniziava la sua attività nel capoluogo e oggi offre ben tre itinerari, che permettono di scoprire la città e i suoi dintorni (la linea A tra il centro e il Parco del Valentino, compreso il Castello Medievale; la linea B per arrivare al Museo dell'Automobile, il Lingotto con la sua Pinacoteca Agnelli, i siti olimpici e la Palazzina di Caccia di Stupinigi; la linea C per raggiungere lo Juventus Stadium, la Reggia di Venaria e il Castello de La Mandria, tutte le info su www.city-sightseeing.it).


Per celebrare i suoi primi 10 anni torinesi, City Sightseeing sarà gratuito per un'intera giornata, il 24 novembre 2017, dando ai cittadini torinesi la possibilità di ammirare la propria città da un punto di vista insolito. Come fare per partecipare all'iniziativa? Basta presentarsi al capolinea di Piazza Castello angolo via Po, e mostrare il documento di identità che testifica la residenza a Torino alla biglietteria del City Sightseeing. Il bus turistico sarà operativo dalle ore 10 alle 16, con partenza ogni 30 minuti dal capolinea.


Con Talent House, due giorni per scoprire la moda torinese emergente

Una due giorni tutta dedicata ai marchi emergenti della moda torinese, con guest star provenienti da altre regioni, all'insegna di un Made in Italy attento alla qualità e alla sostenibilità. È la proposta di Talent House – La casa delle nuove idee, evento organizzato per il 24 e 25 novembre 2017 da Stefania Manfrè, blogger di chicchissima.it, e Rossella De Palo, blogger di bsfashion.net, "due donne curiose e intraprendenti che hanno voluto andare alla scoperta dei nuovi talenti torinesi per metterli in mostra e farli conoscere al grande pubblico", come si definiscono nel comunicato stampa.

La loro proposta, spiegano, intende "identificare prodotti di alta qualità, non omologati capaci di testimoniare il vero Made in Italy e di soddisfare le esigenze più sofisticate"; per questo hanno scelto di proporre marchi che hanno storie diverse e un tratto in comune, il grande senso di correttezza e di serietà: "Se la moda da un lato predilige l'apparire, i talenti di oggi preferiscono 'l'essere' e caricano le loro scelte creative di significati profondi e di contenuti tutti da scoprire e interpretare" spiegano Stefania e Rossella. Non solo estetica, ma anche etica, perché la moda di oggi deve pensare anche "al riciclo, al riuso e anche al km 0". Il luogo scelto per Talent House non è casuale: la Casa del Pingone (via della Basilica angolo via Porta Palatina, nel cuore della Torino storica) risponde perfettamente all'idea di una "casa/atelier, un luogo intimo e raccolto dove poter incontrare stilisti e creativi, chiacchierare con loro, e perché no? acquistare pezzi unici delle collezioni".


Dai siti web di Feelosophically (sin) e I sogni di Lulù (ds)
due dei brand torinesi presenti a Talent House

I marchi torinesi coinvolti sono sei, alcuni già noti, altri davvero emergenti, tutti guidati da stilisti che fanno della ricerca, della qualità e dell'originalità i tratti distintivi del proprio lavoro. Beltepà "nasce dall'incontro sulla Via della Seta dei preziosi tessuti uzbeki ed il design Italiano per dare vita a un mix di cultura ed innovazione declinando le tradizionali stoffe uzbeke con il nostro gusto"; Ombradifoglia, che l'anno scorso ha celebrato il suo decennale, è il marchio di Elena Pignata, la cui moda " non è figlia dei tempi, ma è ricerca, virtù, grazia, è pathos e sentimento che si esprime nelle emozioni che le sue collezioni suscitano"; Feelosophically della brasiliana residente a Torino Pamella Barroso propone una moda "dell'essere più che dell'apparire, per questo ad esempio, si possono personalizzare i capi inserendo, all'interno di essi, un piccolo particolare personale"; Shamur di Maurizia Cabbia (laureata in Architettura, un'altra sorella di laurea che fa tutt'altro!) realizza capi in maglieria, ispirati dai viaggi e dalle passeggiate della stilista, e giocati su "linee sobrie ed essenziali, colori caldi ed eleganti, tessuti e filati naturali, che rispecchiano la sua personalità"; con I sogni di Lulù, Enrica Fontolan disegna gioielli e accessori, con "una continua ricerca dei materiali, sperimentazione cromatica, equilibrio ed armonia delle forme che rendono le creazioni uniche e riconoscibili"; la Galleria Marco Polo è gestita da Angela e Monica, e "tratta oggetti e arredi di antiquariato, arte, design e selezionati abiti vintage", a Talent House presenteranno "The kings of Italian fashion una selezione di abiti e accessori vintage dedicata a Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè e Gianni Versace".

Oltre ai marchi torinesi, tre ospiti: l'Atelier Jmonteiro di Jenny Monteiro, che a Milano realizza capi su misura, non "solo indumenti, ma anche un mezzo che consente a chi li indossa di esprimere la propria personalità, sentendosi a proprio agio"; Daniela Vecchi, che dalla Liguria porta la sua passione per i colori, per le mescole di tessuti, per i "volumi ampi che evocano antiche guerriere o dolcissime ed eleganti geishe"; Lis Furlanis, che dal Friuli Venezia Giulia porterà una piccola collezione di tipiche scarpette friulane, realizzate "utilizzando materiali di riciclo, senza sostanze inquinanti e di origine animale" e con tecniche artigianali che le rendono uniche e irripetibili.

Talent House è appena nato, ma intende diventare un format dedicato ai nuovi talenti della moda torinese, uno spazio per recuperare il senso della bellezza, dell'arte e della creatività, che ha permesso a Torino di essere capitale della moda nel Novecento e che in questo scorcio di XXI secolo sta portando nuovi fermenti e nuovi stilisti. Il progetto non sarebbe stato possibile senza gli sponsor ed è giusto citarli: Etav, che ha come obiettivo la tutela della salute dei propri soci, mediante convenzioni dirette e piani mutualistici ad hoc, e Fontanafredda, tenuta che fu di Vittorio Emanuele II e che oggi, conservando le vestigia del passato sabaudo, si propone come luogo di riferimento contemporaneo e imprescindibile per chi ama il vino e la sua cultura, nel cuore delle Langhe, a Serralunga d'Alba.

L'ingresso a Talent House, nella Casa del Pingone, è libero; gli orari di apertura sono 24 novembre dalle ore 14 alle 18 e 25 novembre dalle ore 11 alle 18. Per tutte le info, c'è la pagina Facebook.


domenica 19 novembre 2017

A Novi Ligure, itinerari, architetture e sapori tra Piemonte e Liguria

In questi ultimi weekend d'autunno, con l'aria ancora tiepida che invita a stare fuori e guardarsi intorno, ci sono tante cittadine piemontesi da scoprire. Per esempio, per il ponte dell'8 dicembre si potrebbero scoprire Novi Ligure (AL) e i suoi dintorni, approfittando di Dolci Terre, la manifestazione che dal 7 al 10 dicembre 2017 propone le eccellenze enogastronomiche del territorio nel bel Centro Fieristico Dolci Terre di Novi. Siamo in un'area di cultura millenaria, grazie alla posizione strategica, tra il mar Ligure e la Pianura Padana: a pochi km da Novi c'è Libarna, che fu fiorente cittadina romana lungo la via Postumia e oggi è parte di Serravalle Scrivia, vicino al celebre outlet; a pochi minuti di auto c'è Gavi, con il suo forte di origine medievale, a guardia del territorio. La cosa bella è che sono tutti luoghi ben collegati dai trasporti pubblici, per cui potete davvero dedicarvi a un weekend di cultura e relax, senza preoccuparvi dell'auto (gli orari li trovate su www.citnovi.it).


Sono stata a Novi Ligure qualche settimana fa e ne sono stata piacevolmente colpita, promettendomi di ritornare presto, date tutte le belle iniziative che il Distretto del Novese realizza per promuovere il territorio (se pensate a un weekend da queste parti, non dimenticate di fare un salto sul suo sito web, per essere aggiornati su tutte le novità; da parte mia vi consiglio, perché è cosa che intendo fare anch'io, Arte Gusto & Mestiere, il circuito che permette di conoscere da vicino le eccellenze artigianali).

Novi Ligure ha un centro piccolo e delizioso, a misura dello slow tourism. La stazione ferroviaria sorge su uno dei suoi lati: davanti a lei inizia via Girardengo che porta nel cuore cittadino, con i negozi dello shopping, i locali in cui fermarsi per una chiacchierata e i primi palazzi dipinti, una delle caratteristiche più singolari di Novi. Sono presenti in quasi tutto il centro storico, raggiungendo il culmine in piazza Dellepiane, il salotto cittadino, su cui si affacciano l'omonimo palazzo, che ospita alcuni uffici del Municipio, Palazzo Negroni e la Collegiata di Santa Maria Maggiore, il Duomo Cittadino.


I due palazzi hanno le facciate dipinte, che riproducono lesene, colonne, marmi e decorazioni barocche; Palazzo Dellepiane ha anche un cortile molto bello, con una balconata lignea di grande fascino e un atrio arioso da palazzo aristocratico. I più importanti Palazzi novesi portano cognomi genovesi: ci sono i Palazzi Doria, Brignole, Adorno, manca poco che ci si trovi a De Ferrari e non ci sarebbe nessuna sorpresa. La spiegazione è semplice: intorno al XVII secolo, i grandi casati genovesi videro in Novi, strategicamente collocata nell'Oltregiogo, a poca distanza dai Ducati di Milano e di Savoia, un interessante centro per i commerci, e vi costruirono anche residenze per la villeggiatura. Lo stretto legame di Novi e Genova è sancito da un bell'affresco nella Galleria Perelli (la cui concezione ricorda vagamente la Galleria Subalpina di Torino): Novi è rappresentata dalla torre che domina la sua collina e da alcuni contadini, Genova dalla sua Lanterna e da alcuni marinai, al centro la figura della Prosperità, risultato dell'alleanza tra le due città. La Galleria Perelli collega via Girardengo con piazza Giacomo Matteotti, piazza squadratissima, come quasi tutte quelle del centro storico, ricavate dall'abbattimento di palazzi o di alcune loro maniche, così da dare aria alle strette vie cittadine.


Se in questo dedalo di vie, negozi, locali, palazzi dipinti e scorci sorprendenti, sentite necessità di una pausa, per un pasto leggero, un buon bicchiere di vino o un semplice momento di relax, vi segnalo Il Banco (via Monte di Pietà 5), il locale in cui ho pranzato, scoprendo la doppia identità ligure-piemontese di Novi anche a tavola: le sue deliziose focacce, i suoi dolci, preparati dai fratelli Longo, i suoi vini, accuratamente selezionati nella sua cantina, danno una bella idea della cucina del Novese.

Da via Girardengo si sale facilmente sulla collina che domina Novi e su cui c'è un'alta torre medievale, unica traccia rimasta di un'antica fortezza da cui si controllava il territorio. Tutt'intorno un bosco che in autunno regala i vivaci colori del foliage e d'estate l'agognato fresco; la passeggiata nel verde è rilassante e di tanto in tanto si apre a scorci verso la città storica e le sue torri (fanno capolino anche alti condomini del Novecento, ma vabbe').


Tornando di nuovo nel centro cittadino, è tempo di scoprire le chiese, senza mai abbassare lo sguardo, perché le facciate dipinte dei palazzi sono ovunque. Come in via Roma, la cui prospettiva è chiusa dalla bella facciata della chiesa di San Pietro; ma prima di arrivarci, ci sono i segreti del Palazzo della Dogana, con una scenografica scala di pianta ellittica, che fa pensare a Filippo Juvarra e ai suoi giochi di luce barocchi e torinesi, e gli scorci di vicolo Bianchi e Palazzo Cassissa, recentemente restaurati, con facciate dipinte e cicli ottocenteschi. Non abbassate mai lo sguardo, a Novi!


La chiesa di San Pietro è stata costruita nel Novecento, ma ha una storia lunghissima, comprendente battaglie contro gli eserciti stranieri; al suo interno c'è un Crocifisso con le foglie d'argento, che 'suonano' durante le processioni. Quasi tutte le chiese storiche di Novi ne possiedono uno, visitatele perché valgono la pena, dalla Collegiata di Santa Maria Maggiore fino a San Nicolò, la chiesa che mi ha colpito di più, per la sua facciata piemontese in laterizio e per il suo incredibile spazio interno, una sorta di pianta centrale inaspettata e grandiosa. Di qui si è a pochi passi da corso Marenco, da cui si arriva facilmente al Museo dei Campionissimi, uno dei gioielli di Novi Ligure da non perdere, lasciato per ultimo non perché meno importante, ma perché gli ho dedicato un post. Sorge in un edificio che fu industriale, appositamente riqualificato. In una navata c'è il Museo, in quella adiacente c'è il Centro Fiere che ospita Dolci Terre: da una parte l'epopea di Costante Girardengo, Fausto Coppi e i grandi campioni che li seguirono, dall'altra le eccellenze dolciarie ed enogastronomiche per cui Novi Ligure è famosa nel nostro Paese. Un'altra sintesi, efficace e possibile, dell'identità di questa sorprendente cittadina piemontese di cultura ligure.


PS Per questa mia gita a Novi Ligure e per tutto quello che ho scoperto, devo dire grazie a Barbara Gramolotti, che mi ha fatto da guida: i nostri territori avrebbero bisogno di più persone come lei, che promuovono culture ed eccellenze con entusiasmo e passione. Grazie, Barbara!