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venerdì 21 aprile 2017

La parabola del Futurismo, fino al decennio cruciale, al Museo Accorsi

Al Museo Accorsi-Ometto, è in corso la mostra Dal Futurismo al ritorno all'ordine – Pittura italiana del decennio cruciale 1910-1920, che prosegue idealmente Divisionismo tra Torino e Milano. Da Segantini a Balla. Quest'ultima indagava sui movimenti che portarono alla nascita del Futurismo, la mostra in corso propone invece le conseguenze del Futurismo sull'arte italiana, a partire dal 1910 e fino al 1920. In quel decennio cruciale, che comprende anche la Grande Guerra, l'arte italiana cambiò per sempre e quel cambio inizio nel 1910, con il Manifesto dei pittori futuristi, con cui un gruppo di giovani artisti si ribellava alle regole imposte dalla tradizione per guardare alle avanguardie europee.


Uno dei meriti dell'esposizione del Museo Accorsi è l'ordine cronologico scelto dalla curatrice Nicoletta Colombo, che permette di apprezzare i Futuristi e, mano a mano, il ritorno all'ordine, con cui, però, niente fu come prima. Nella prima sezione ci sono i padri del Futurismo: Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini, Giacomo Balla, ma anche personalità più indipendenti come Sironi o gli artisti di Nuove Tendenze, tra cui Antonio Sant’Elia, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Adriana Bisi Fabbri, che offrono un quadro completo del periodo. Nella seconda sezione, si indaga su cosa succedeva in Italia al di là del Futurismo, partendo da un dato di fatto: "Le Secessioni italiane, nate sull'onda lunga dei secessionismi d'oltralpe, si caratterizzavano per la confluenza di linguaggi stratificati nelle loro diversità e per la circolazione degli artisti tra le varie manifestazioni giovanili antiaccademiche veneziane, romane, napoletane, ivi incluse le mostre annessioniste, quelle cioè che contemplavano presenze anche dei futuristi". Le Secessioni di Ca' Pesaro, la Romana e la Bolognese diedero spazio ad artisti attenti all'avanguardia, ispirati alle Secessioni in atto in Europa, ma meno radicali nelle loro spinte. La mostra propone così opere di Umberto Moggioli, Gino Rossi, Tullio Garbari, Felice Casorati, Guido Trentini, Ubaldo Oppi. "Agli avanguardismi si allineano, al di là di un apparente contrasto concettuale, i ritorni alle origini rappresentati dai primitivismi, poetiche nate a ridosso della Grande Guerra come volontà di azzeramento delle stratificazioni stilistiche per recuperare linguaggi originari". Tra gli esempi di primitivismo, che si rifacevano a Giotto e a Paolo Uccello, in mostra ci sono le tre opere di Carlo Carrà (Studio per 'Carrozzella', Testa di fanciulla e Ricordi d’infanzia), e quadri di Tullio Garbari, Gigiotti Zanini, Primo Conti, Pompeo Borra, Alberto Salietti.


L'ultima sezione riporta l'ordine, con la fine delle avanguardie e la Prima Guerra Mondiale: cambiò il modo di concepire le forme e si presentò "la necessità di ricompattare volumi e piani e ricomporre su basi oggettive e solide gli elementi della visione. I termini 'costruzione', 'costruttori', 'costruire' comparivano nei testi letterari e negli scritti di ogni paese, rivelando la tensione architettonica che caratterizzava il progetto comune d’un autentico rinascimento collettivo". A raccontare il riflusso, le opere di Giorgio De Chirico e Carlo Carrà, con le loro visioni metafisiche, e i lavori più eterodossi di Filippo De Pisis, Mario Sironi e Achille Funi. Il decennio si conclude con una tendenza alla classicità, seppure declinata in modi diversi in base ala sensibilità degli autori: Soffici "assumeva una declinazione contraria agli arcaismi e prediligeva un realismo purificato attraverso il riferimento a Cézanne, esplicito nei due capolavori Mele a calice di vino (1919) e Pera e bicchiere di vino (1920). L'ispirazione popolare di cifra toscana si accentuava in Ottone Rosai, la cui possente vena aspra e barbarica creava visioni austere, monumentali nella loro frugalità, come in Donne alla fonte (1922). A Roma il Ritorno all'ordine si declinava in una pluralità di stili: dal neoquattrocentismo pierfrancescano di Virgilio Guidi in Figura di donna (1919), al neoseicentismo aggiornato attraverso Gauguin e Cézanne di Felice Carena in Natura morta (1919)". Tra Casorati, De Chirico, Severini, l'arte italiana getta le basi del suo complesso Novecento. Ci sarà un'altra mostra a raccontarcelo, al Museo Accorsi-Ometto? Nel frattempo, non perdetevi questa bella cavalcata in un decennio fondamentale della nostra storia: la mostra aiuta a comprenderlo meglio.


Dal Futurismo al ritorno all'ordine – Pittura italiana del decennio cruciale 1910-1920 è al Museo Accorsi-Ometto, in via Po 55, fino al 18 giugno 2017. L'orario di apertura segue quello del Museo: da martedì a venerdì ore 1-13 e 14-18; sabato e festivi ore 10-13 e 14-19; lunedì chiuso. Il biglietto d'ingresso alla mostra costa 8 euro, ridotto 6 euro, gratuito per under 12 e possessori Abbonamento Musei e Torino+Piemonte Card, disabili e accompagnatore; il biglietto d'ingresso alla mostra più al Museo, con tutte le possibili combinazioni, sono su www.fondazioneaccorsi-ometto.it.


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