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lunedì 3 novembre 2014

Storia del Lingotto, simbolo delle trasformazioni di Torino

Negli anni '20, lo stabilimento del Lingotto della Fiat, costruito su progetto di Giacomo Mattè Trucco, divenne uno degli esempi di architettura industriale più importanti d'Europa, il primo che dimostrava come fosse possibile coniugare i modelli provenienti dal capitalismo nordamericano con le esigenze e le tendenze dell'architettura contemporanea. Con le sue misure grandiose era il simbolo delle aspirazioni di modernità dell'Italia dell'epoca. I due corpi longitudinali erano lunghi 507 metri e, larghi, ognuno, 24 metri, per una larghezza complessiva di 80 metri. Erano uniti da 5 corpi trasversali, che formavano così quattro cortili interni; i piani delle officine erano cinque e al di sopra, sul tetto, c'erano una pista di collaudo. L'ispirazione, dichiaratissima, erano le catene di montaggio della Ford: per la prima volta in una grande fabbrica italiana, il ciclo della produzione era in progressione. L'operaio rimaneva al suo posto ed erano i materiali a cui doveva lavorare che gli passavano davanti, così da permettere che la realizzazione del prodotto fosse progressiva e, dunque, più rapida che in passato.


Nel 1925, due anni dopo l'inaugurazione dello stabilimento, avvenuta alla presenza del re Vittorio Emanuele III, l'architetto svizzero Le Corbusier, uno dei maestri dell'architettura del Novecento, definì il Lingotto "un documento per l'urbanistica". Nei decenni successivi, al centro dell'omonimo quartiere che si stava trasformando a sua misura, lo stabilimento del Lingotto produsse alcune delle prime vetture entrate nell'immaginario italiano: la Torpedo, la Balilla e la mitica Topolino. Nella sua storia sessantennale vide uscire dalle proprie officine più di 80 modelli di auto. Poi, nel 1982, la Fiat annunciò la sua chiusura. Nel frattempo la casa automobilistica torinese aveva aperto altri stabilimenti, sia in Italia che all'estero, e, nei suoi piani, erano Mirafiori e Rivalta, più che il Lingotto, a sfidare il futuro e la globalizzazione.


La fabbrica dismessa fu un emblema di quell'archeologia industriale che iniziava a caratterizzare tante, troppe città europee. Le sue misure grandiose, che negli anni '20 avevano affascinato e colpito i contemporanei, erano una difficoltà ulteriore al suo recupero. Nel 1983 venne indetto un concorso internazionale per stabilire cosa fare dello stabilimento. Parteciparono i nomi più prestigiosi dell'architettura internazionale, vinse il genovese Renzo Piano, che negli anni '70 aveva conquistato la celebrità internazionale con il progetto del Beaubourg, a Parigi.


La proposta di Piano per il Lingotto è affascinante, coerente con il ruolo che il Lingotto aveva avuto sin dalla sua inaugurazione. Come negli anni '20 lo stabilimento aveva indicato la direzione della città verso lo sviluppo industriale, così negli anni '90 diventa simbolo del terziario avanzato, della sfida verso il futuro. Nei grandi spazi industriali vengono ricavati un Centro Congressi, un Centro Esposizioni, un Auditorium, un grande Hotel, un Centro Servizi, Uffici Direzionali, un'Area per lo Shopping. Piano dice di aver voluto ricreare nel Lingotto "un genuino pezzo di città", pulsante, vitale, poliedrica, complessa.


All'esterno le grandi finestre e il ritmo dei pilastri che avevano caratterizzato lo stabilimento industriale rimangono uguali, come se niente fosse cambiato, ma all'interno le più moderne tecnologie costruttive hanno plasmato spazi nuovi e molto duttili. L'Auditorium ha una volumetria plasmabile, modificabile in funzione delle esigenze del contesto. Il Centro Esposizioni è diventato in pochi anni uno dei più importanti di Italia: ospita la Fiera del Libro, il Salone del Gusto e le più importanti Fiere torinesi. L'Hotel NH Torino Lingotto, uno dei più eleganti della città, gioca intelligentemente con il passato dell'antico stabilimento. All'interno dell'hotel, in uno dei cortili del complesso, c'è una delle sorprese volute da Renzo Piano: il magnifico giardino tropicale. Così rigoglioso ed esuberante e così incredibilmente verde, con le sue piante provenienti da terre lontane, nel cuore di una Torino dall'inverno continentale, è uno dei posti più belli della città. Sul Giardino Tropicale si affaccia anche l'8 Gallery, la lunga via dedicata allo shopping, che termina con la multisala cinematografica.


Sulla mitica pista di collaudo, c'è l'altra sorpresa di Renzo Piano, diventata il simbolo del nuovo Lingotto. E' la bolla, un'esclusiva sala riunioni costruita in cristallo e acciaio, da cui si gode di un panorama privilegiato e sontuoso: la corona delle Alpi e la collina di Torino tutt'intorno. Renzo Piano ha detto di aver voluto che "il segno di cambiamento, dell'innovazione del Lingotto fosse un segno di gioia". Accanto alla bolla, un piccolo eliporto, e, a poca distanza, la Pinacoteca Agnelli, la cui forma architettonica ricorda vagamente un'astronave. Ospita parte della collezione d'arte privata di Gianni e Marella Agnelli, regalata a Torino come ciliegina sulla torta di una storia straordinaria, quella di una fabbrica che fu simbolo dell'avanguardia industriale e che è diventata cuore pulsante commerciale e culturale di un quartiere, con aspirazioni di alternativa al centro cittadino.



Le fotografie d'epoca del Lingotto appartengono all'Archivio Storico della Fiat e sono tratte dalla galleria fotografica di corriere.it; la fotografia dell'NH Torino Lingotto è tratta dal sito web dell'hotel.

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