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lunedì 27 marzo 2017

Parco Dora: al via la stombatura della Dora. Terminerà in autunno

E alla fine è arrivata la comunicazione che i sostenitori del Parco Dora, tra i quali mi iscrivo, stavano aspettando da ormai dieci anni: è iniziata la stombatura della Dora!

Il comunicato stampa del Comune di Torino annuncia che i lavori veri e propri inizieranno nei prossimi giorni, per terminare in autunno: saranno necessari 240 giorni, durante i quali "la stombatura sarà eseguita in tutta cautela con il monitoraggio costante delle polveri sottili (Pm10) attraverso una centralina 'real time' e riservando attenzione all'impatto di ruspe e camion, in termini di rumore, a tutela dei residenti, dei frequentatori del contesto naturalistico e dei lavoratori del vicino Environment Park".


I lavori sono iniziati in realtà circa un mese fa, con le attività di cantierizzazione, e hanno rispettato "il cronoprogramma, includendo la realizzazione delle recinzioni perimetrali e la posa dei prefabbricati di servizio, la creazione di un accesso su corso Mortara, lo spianamento delle aree da utilizzare per il deposito temporaneo dei detriti, la realizzazione di una vasca di lavaggio per gli autocarri in uscita dall'area".

I residenti delle aree circostanti e gli utenti del Parco Dora hanno già idea di cosa significhi la stombatura della Dora, ma il vicesindaco, l'architetto Guido Montanari, responsabile anche delle politiche urbanistiche della Dora, spiega a tutti, nel comunicato stampa: "La rimozione della pavimentazione in cemento consentirà finalmente di completare il recupero complessivo della vasta area industriale dismessa, a beneficio della collettività. Si tratta di un risanamento ambientale di notevole importanza che cittadini e abitanti dei quartieri delle Circoscrizioni 4 e 5 attendevano da tempo. È un'operazione che consentirà, con il fiume portato alla luce e la sistemazione delle sponde, di attrezzare un'altra porzione di Parco Dora, estendendo così la piena fruibilità del polmone verde sorto sul contesto dismesso e degradato delle ferriere novecentesche, dove generazioni della Torino operaia lavorarono in condizioni di notevole durezza".

La Dora che torna alla luce e a Torino, dopo decenni di buio: sarà bello riaverla tra noi e apprezzare le sue acque, all'interno del Parco più originale della città.


Biennale della Democrazia: l'uscita d'emergenza e la speranza

La decima edizione della Biennale della Democrazia inizierà il 29 marzo 2017 alle ore 18, al Teatro Regio, con una lezione del presidente dell'INPS Tito Boeri, su Populismo e stato sociale nelle democrazie industrializzate ("La superficiale ideologia del populismo vede negli immigrati una minaccia per lo stato sociale. In realtà, uno stato sociale ben strutturato può non solo reggere l'onda migratoria in atto, ma anche trarre grande giovamento dagli effetti dell'immigrazione" spiega la scheda informativa); un paio d'ore prima, alle ore 16, si inaugurerà la mostra Corpi attraverso i confini. Memorie dell'Europa di oggi alla Fondazione Merz (via Limone 24); in serata alle ore 21, di nuovo al Teatro Regio, Il giro del mondo in 80 minuti, con l'Orchestra di Piazza Vittorio. La chiusura, il 2 aprile, alle ore 21, ancora al Teatro Regio, sarà affidata a Roberto Saviano, in una serata che ha come titolo Il racconto del potere, perché "la narrazione dei meccanismi del potere criminale ci offre gli strumenti per interpretare il nostro mondo".


Tra questi eventi, ci sono tre giorni di incontri, dibattiti, mostre e dialoghi che hanno come tema centrale Uscita d'emergenza, perché emergenza è "una delle parole più evocate nel linguaggio politico contemporaneo: emergenza"; si presterà così attenzione "ai suoi usi e ai suo abusi. A ciò che questo termine nasconde e a ciò che manifesta. Alla sua capacità di segnalare l'insorgere imprevisto di un problema, di un'eccezione, di un allarme. Ma anche di trasfigurare, come una maschera, le realtà e i corpi che ne sono toccati: il corpo dei migranti, il pianeta aggredito dall'uomo, le città 'sotto assedio', le economie in dissesto, le nuove povertà, le aree del mondo dove dilaga la guerra". Non senza lanciare un messaggio positivo, perché emergere indica anche "il manifestarsi di qualcosa che era celato alla vista e, quindi, il presentarsi di opportunità inedite e di occasioni di cambiamento, la possibilità di nuovi inizi".

Il programma della Biennale della Democrazia è molto vasto, diffuso in vari luoghi cittadini: il Teatro Regio, il Circolo dei Lettori, la Cavallerizza Reale, l'Auditorium Vivaldi, il grattacielo Intesa Sanpaolo, sempre più deciso a diventare anche uno dei centri della vita culturale cittadina, oltre che l'edificio più visibile dello skyline torinese. Anche gli ospiti sono molti e diversissimi, da Massimo Cacciari a Emma Bonino, da Enrico Letta a Dario Argento, fino al dialogo di tre direttori di quotidiani e tg, Mario Calabresi (la Repubblica), Maurizio Molinari (La Stampa), Enrico Mentana (TG la 7), con Anna Masera e Barbara D'Amico, sulla fiducia nei media, sempre più labile. Tutti gli appuntamenti in calendario sono su biennaledemocrazia.it.

Tra tante cose da vedere e da fare in questa kermesse, c'è il Focus La città che cambia, organizzato alla Scuola Holden (piazza Borgo Dora 49), per narrare le nostre città: " Letteratura, musica, cinema, fotografi a sono gli strumenti attraverso i quali prende forma la rappresentazione di quell'agglomerato instabile di uomini, pratiche, culture che chiamiamo città. Con le sue contraddizioni e i suoi elementi critici: dalle frontiere che separano il centro dalle periferie, all'insicurezza sociale, alimentata dal controllo del territorio da parte di gang malavitose e violente. Con la sua capacità di rinnovarsi, attraverso nuovi linguaggi, percorsi d’integrazione, pratiche di rigenerazione e progetti, rafforzati da processi di inclusione e di partecipazione".

Uno dei progetti più interessanti presentato alla Holden, e nato da una collaborazione con la Fondazione per l'architettura / Torino, è Architetture da favola: il 2 aprile, alle ore 16, quattro studenti della scuola racconteranno con linguaggi narrativi differenti quattro progetti di rigenerazione urbana, realizzati anche attraverso il coinvolgimento di cittadini. "Spesso l'architettura e l’urbanistica sono vissute dai cittadini come lontane quando non incomprensibili, ma in verità sono ciò di cui si fa quotidiana esperienza: case, strade, piazze, uffici, ospedali,… sono frutto di un progetto di cui non sempre si è consapevoli. La ragione forse sta nel linguaggio ed è per questo che la Fondazione per l'architettura / Torino ha scelto di rinnovare la partecipazione alla manifestazione torinese chiedendo aiuto a chi fa della cura delle parole una professione" spiega il comunicato stampa della Fondazione. Gli interventi selezionati per questa giornata sono Binaria Centro Commensale – Fabbrica del Gruppo Abele, in via Sestriere 34; Promenade dell'Arte e della Cultura Industriale, nel Parco Peccei, in Spina 4 (via Cigna 128); Soave sia il vento, in via Mottalciata 10/B; Laghetti Falchera, alla Falchera. Al termine delle presentazioni la parola passerà al pubblico che votando con una pallina da ping pong colorata sceglierà la narrazione e il progetto più convincente.


domenica 26 marzo 2017

Nelle Cantine Bosca, innovazione e tradizione dello Spumante di Canelli

Delle famiglie storiche che fecero di Canelli (AT) la capitale della produzione dello spumante, solo i Bosca sono rimasti alla guida della propria azienda. Come ci sono riusciti? "Abbiamo sempre guardato fuori, alla ricerca di nuovi mercati e nuovi prodotti" sintetizza Pia Bosca, che con i fratelli Luigi e Polina rappresenta la sesta generazione della famiglia.


Canelli (sin) e Luigi, Polina e Pia Bosca (ds)

La storia di questa saga è raccontata in un bel video proiettato nelle splendide Cantine, parte di quelle Cattedrali Sotterranee diventate Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO: l'azienda è stata fondata nel 1831 da Pietro Bosca; a metà del XIX secolo, suo figlio Luigi attraversò l'Atlantico per ben 23 volte, grazie alla brillante intuizione di seguire gli emigrati italiani, per offrire loro i vini di casa e rendere meno dura la nostalgia; i suoi figli Pietro e Carlo furono spediti rispettivamente a Buenos Aires e a New York, dove aprirono le prime sedi d'Oltreoceano e impiantarono nuovi vigneti e nuovi stabilimenti (furono solo la morte prematura di Pietro e il Proibizionismo a fermare i progetti americani). Nel XX secolo, i Bosca portarono i loro prodotti in Svizzera, in Belgio e in Germania, per poi raggiungere, i numeri sono di oggi, ben 40 Paesi di tutti i continenti, (oltre che a Costigliole d'Asti, gli stabilimenti di produzione sono anche a Kaunas, in Lituania, e a Kaliningrd, in Russia); sono compresi Israele e l'India, dove è stata proprio la loro azienda a introdurre vino e alcol: "45 anni fa Luigi Bosca, chiamato dal governo indiano per risolvere un problema di surplus di uva, suggerì di fare vino, puntando sul suo valore di 'alimento'. Di lì nacque la partenrship che portò alla produzione dei primi vini indiani".

Non si è mai fermata neanche la ricerca di nuovi prodotti. "Quello che funziona è già obsoleto" dice Pia Bosca, spiegando la filosofia dell'azienda. Così sono nati i Toselli White e Red, che offrono il piacere delle bollicine senza una goccia di alcol; ho assaggiato il White sotto le splendide volte delle Cantine e ho potuto finalmente apprezzare le uve del Moscato, che però non hanno subito il processo di fermentazione, da cui si genera l'alcol. Se siete quasi astemi, come me, provatelo, per godervi il piacere di quei sapori con le bollicine e la sensazione di non essere più esclusi nelle feste e celebrazioni, con un bicchiere di aranciata in mano. Sono prodotti pensati anche per i mercati musulmani e infatti hanno ottenuto il Certificato di Qualità Halal; così come la linea Kosher è stata pensata per chi segue le regole ebraiche. "Solo il 10% della popolazione mondiale consuma alcol, chi pensa al restante 90%?" si chiede Pia Bosca per spiegare la nascita di questi prodotti (appartenendo al restante 90%, l'ho mentalmente ringraziata anche per lo spirito imprenditoriale, creativo e innovativo implicito nella domanda).


La sintesi della filosofia della famiglia è nelle sue Cantine. Sembrano davvero cattedrali, con alte volte di laterizio, lunghe navate in cui riposano migliaia di bottiglie, a seconda della fase del loro processo di affinamento. È qui che è stata vagheggiata per la prima volta l'idea dei Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO, che avrebbe poi coinvolto anche il paesaggio vitivinicolo di Langhe, Roero e Monferrato e gli infernot del Monferrato. Ed è stato dopo il riconoscimento dell'UNESCO, nel 2014, che la Cattedrale Sotterranea dei Bosca si è trasformata in un innovativo e fascinoso centro culturale.

Nel 2015, l'Anno Internazionale della Luce, è stato cambiato il sistema di illuminazione, basato adesso sulla tecnologia fotonica, in un suggestivo incontro multimediale di luci e suoni; lungo il percorso i visitatori incontrano vari video, proiettati sulle pareti delle cantine, che raccontano la storia della famiglia e il suo rapporto con Canelli. Un rapporto di affetto e di rispetto, che si è rivelato in tutta la sua forza nei giorni dell'alluvione del 1994, quando le cantine sono state invase da acqua e fango: "Dopo l'intervento dei vigili del fuoco, sono stati i canellesi, arrivati spontaneamente, ad aiutarci a liberare le cantine dal fango e a ripartire" A memoria di quei giorni drammatici, sono state lasciate decine di bottiglie infangate, così come sono state ritrovate allora, intatte ma ormai inutilizzabili. "Ci ricordano da dove siamo ripartiti" commenta Pia.Vent'anni dopo fanno ancora impressione, ma testimoniano l'intensità del legame con il territorio e i suoi abitanti.


Nelle cantine, modernità e tradizione si incontrano continuamente: le proiezioni, i giochi di luce delle tecnologie più moderne e le migliaia di bottiglie a riposo, secondo ritmi antichi. A sorpresa, poi, appare anche una magnifica installazione di Eugenio Guglielminetti, che rende omaggio allo spumante e al suo mondo e che rivela il gusto teatrale del celebre artista; un omaggio arriva anche dalla colonna sonora, dalla Norma di Bellini, che fu rappresentata per la prima volta nel 1831, l'anno di fondazione dell'azienda. Un anno che ritorna anche nell'atrio d'ingresso alle Cantine: ci sono centinaia e centinaia di bottiglie verdi, messe in fila una accanto all'altra quasi fino al soffitto; le si osserva e si pensa a un'originale installazione artistica, che ricorda l'attività familiare: ma non sono solo questo. "Sono bottiglie recuperate intatte dalle cantine allagate dall'alluvione, ma senza più le qualità necessarie per essere utilizzate, così abbiamo pensato di usarle in questo modo. Sono 1831 bottiglie e ricordano il 1994". Ed è come un cerchio che si chiude, in questo racconto di Pia Bosca, che unisce ancora una volta la capacità di guardare avanti con l'orgoglio di una tradizione lunga ormai due secoli.

C'è un'altra cosa di cui i Bosca sono orgogliosi e che dev'essere segnalata a chiunque voglia conoscere la loro storia: la visita alla loro Cattedrale Sotterranea è gratuita. "Le cantine sono Patrimonio dell'Umanità e siamo molto orgogliosi di questo, ma proprio per questo riconoscimento sono un luogo culturale e la cultura dev'essere accessibile a tutti. Per noi è importante che l'ingresso sia gratuito, a pagamento ci sono poi i nostri prodotti, per chi è interessato a degustarli e ad acquistarli" conclude Pia Bosca.

Sul sito www.bosca.it, tutta la storia di questa straordinaria eccellenza piemontese e tutte le indicazioni per prenotare le visite alle Cantine.


sabato 25 marzo 2017

Arriva la Torino Cocktail Week: 7 giorni di alcol e consumo responsabile

Inizierà lunedì 27 marzo e si concluderà il 2 aprile 2017 un'intensa settimana tutta dedicata ai cocktail, preparati ad hoc dai più affermati bartender, nei locali più apprezzati dai torinesi. La prima edizione della Torino Cocktail Week si ispira ad analoghe manifestazioni britanniche, ma in salsa italiana: Torino aggiunge di suo anche l'invito al bere responsabile e alla consapevolezza dei pericoli degli abusi d'alcol. 7 giorni di bevande alcoliche, con 5 diversi spirits (vodka, gin, whisky, rum, vermouth), a ognuno dei quali verrà dedicata una giornata, conferenze e workshop, per approfondire la conoscenza di storia e segreti dei vari spirits e per incontrare i maestri dei cocktail, ma anche un Cocktail Pass che al costo di 5 euro permetterà di entrare nei vari locali e di consumare non più di 4 cocktail a sera (il consumo responsabile di alcol!). E se, come me, non siete particolarmente appassionati di alcol o non lo bevete proprio, nessuna preoccupazione: la Torino Cocktail Week ha pensato anche a noi, con cocktail analcolici da gustare nelle sette serate della manifestazione.


Nella manifestazione sono coinvolti trenta locali e ristoranti, sparsi tra il centro, Vanchiglia, San Salvario, che offriranno non solo i cocktail preparati ad hoc, ma anche piatti della tradizione abbinabili alle bevande. Cuore di tutte le iniziative è il Torino Cocktail Village, nell'Hotel NH Santo Stefano (via Porta Palatina 19): qui nel weekend del 2 aprile si terranno gli incontri e i workshop, secondo il programma che potete scaricare dal sito www.cocktailweektorino.it.

I cocktail-bar aderenti alla Torino Cocktail Week sono Affini, Arancia di Mezzanotte, Barz8, Carlina Restaurant & Bar, Wallpaper, Distilleria Quaglia, Drogheria, Fab, Inside, KM5, La Bicyclette, La Casa del Demone, La Revoltosa, Le Panche Cocktail Bar, Lobelix, Macario Cafè, Mad, Mago di Oz, Opposto Cocktail Bar, Pastis, Pepe, Quadrix, Sfashion Cafè, Shore Cocktail Bar, Smile Tree, Vermoutheria Barolino Cocchi, ZeroBar; i ristoranti sono Antico Balon, Gelateria Mondello, Goustò, Hafa Storie, Il tagliere, Il Porto, Opposto, Pautasso, Ritual Cafè, Salumeria Falchero, Sibiriaki, Tre Galli. Tutte le informazioni sulla manifestazione, su www.cocktailweektorino.it.


Le cucine marocchina e piemontese si incontrano all'Hafa Storie

In giro per il centro con un'amica, decidiamo di pranzare in uno dei locali di cui si parla di più a Torino in queste settimane, l'Hafa Storie, che ha aperto da poco e che propone un fascinoso legame tra cucina marocchina e cucina piemontese. Non una fusione tra le due tradizioni, ma una convivenza tra piatti delle due cucine, in modo da poter assaggiare entrambi, anche in uno stesso pasto. L'idea è suggestiva e lo è anche il messaggio, nel cuore di Porta Palazzo.

Entrando nel locale, in Galleria Umberto I 10/13, mi sono sentita in un'atmosfera andalusí, con tocchi di modernità: i colori degli azulejos, ciotole e piatti dai colori vivaci, servizi di colorati bicchieri per il tè alla menta, vini, condimenti, spezie e conserve, tutto facilmente desiderabile per il fascino esotico e tutto in vendita. Sanno di Mediterraneo anche i divani rossi, con i loro cuscini colorati, strizza l'occhio al design creativo e contemporaneo l'installazione di capriate e bicchieri, che attira lo sguardo dall'alto, sin dall'ingresso.


Il menù offre pochi piatti, sia per la parte marocchina, curata da Aicha, sia per la parte piemontese, firmata da Christian Milone, chef stellato de La Trattoria Zappatori; sarebbe bello avere maggior scelta in futuro, essendo fascinoso questo esperimento di convivenza tra cucine distanti. Cous cous e tajine sono i piatti forti della cucina di Aicha, gli agnolotti al plin, la carne cruda e il vetello tonnato quelli della cucina di Milone. Il menù alla carta permette di mescolare le proposte e di assaggiare più piatti possibili attraverso le mezze razioni (mi sono sentita un po' a Siviglia, in questa concezione di razioni, ed è stato bello); il menù fisso offre un paio di piatti piemontesi o marocchini a scelta con acqua, tè alla menta e caffè, per un prezzo che varia tra i 13 e i 15 euro; peccato, però, che i menù fissi non permettano la mescola tra le due cucine, essendo questa idea il tratto principale della proposta di Hafa Storie. Il servizio ai tavoli è curioso: bicchiere, tovagliolo e posate vengono consegnati in una scatola di legno, con coloratissimi separatori di cartoncino, che riprendono i motivi degli azulejos; sui tavoli c'è un block notes, su cui annotare i piatti scelti, in un ordine non sempre intuitivo (viene da dire, ma non potete prendere voi gli ordini, direttamente, come si fa ovunque?).


Ho scelto il menù fisso marocchino, perché la cucina marocchina mi è meno nota di quella piemontese (ma la prossima volta punterò a conoscere la proposta di Milone). Il cous cous ai sette legumi viene servito con una ciotola di brodo vegetale a parte, con cui bagnarlo; curiosamente gli unici legumi sono i ceci, il resto delle verdure sono pezzi di melanzana, carote, succa, verza; ma è buono lo stesso e fa Mediterraneo. Altamente consigliabile il tajine con frutta secca, servito in un tegame di terracotta, con un sorprendente coperchio a forma di cono, che serve a non disperdere i sapori: il brodo in cui cucina la carne è speziato e saporito e difficilmente, nella nostra cucina, siamo abituati ad associare la carne con la frutta, per questo il piatto risulta ancora più apprezzabile. Al termine, una pasticceria marocchina a base di pasta di mandorle e miele, che ricorda il nostro Sud, soprattutto le nostre isole, del resto, il Mediterraneo è il mare comune. E poi un bicchiere di tè alla menta, per salutare questo breve viaggio in Marocco. Ci sarà una prossima volta per immergermi nella cucina piemontese di Christian Milone.


Hafa Storie è in Galleria Umberto I 10/13, è aperto da martedì a venerdì dalle ore 10.30 alle 24, il sabato dalle 9.30 alle 24 e la domenica dalle ore 10.30 alle 18.