mercoledì 24 maggio 2017

Gli appuntamenti del Fuori Festival di Architettura in città

Non c'è solo il programma ufficiale di Architettura in Città, che inizia oggi, 24 maggio, e continua fino al 28 maggio 2017; c'è anche il Fuori Festival, che propone 21 eventi, alcuni dei quali continueranno anche dopo la manifestazione. Di Architettura in Città, uno dei miei festival torinesi prediletti, si è già parlato su Rotta su Torino, ma anche il Fuori Festival ha un programma meritevole di attenzione: si muove in molti quartieri della città, propone tour e incontri per riflettere sui diversi modi possibili di abitare l'oggi e il domani (e non dimentichiamo mai, io l'ho imparato intervistando gli architetti per l'ebook Architetture ex industriali a Torino – Le trasformazioni del XXI secolo, che nel proporre un modo di abitare, un architetto propone anche un'idea di società, di priorità, di organizzazione, non è solo casa, insomma).

Si riflette sulle periferie e sul modo di viverle con A sud. Abitare la periferia di Mirafiori, oggi e domani, che, il 25 maggio alle ore 18, nello Spazio MRF, nel Capannone dell'ex DAI di corso Settembrini 164, intende "provare a osservare il quartiere di Mirafiori, oggi palcoscenico di un'effervescenza progettuale che fa sì che si prospettino scenari molto diversi, che provano a riscriverne un diverso racconto, una nuova identità". Un tour e un laboratorio, tutti nelle periferie di origine operaia, invitano a scoprire come la città cambia: Docks Dora Tour (27 e 28 maggio, ore 12), propone una visita all'interno del complesso industriale, dismesso negli anni 60 e varie volte riqualificato fino alla funzione attuale di "luogo di rinascita ricco di iniziative ed opportunità"; Visioni dal Lingotto, il 27 maggio alle ore 16, alla Pinacoteca Agnelli per i ragazzi dagli 11 ai 16 anni, invita alla scoperta del Lingotto, immaginandone possibili trasformazioni. Un altro tour, Torino in limine, il 27 maggio alle ore 11, si muoverà al confine tra il centro e la periferia, dalle Porte Palatine fino al Cortile del Maglio, per analizzare il confine non solo "come limite fisico e geografico, ma anche come limine, ovvero una soglia fisica/mentale che se attraversata può lasciare spazio a nuove prospettive e a nuove idee, a nuovi modi di vivere e di abitare la città".

Il Borgo Campidoglio sarà protagonista di numerose iniziative del Fuori Festival: il 26 maggio, dalle ore 18, dal Centro Informazioni di via Locana 29, parte (Ri)APE – (Ri)Abitare per l'EcoBorgo Campidoglio, che mostra i progetti, gli allestimenti e le installazioni sonore e video preparate da architetti, artisti, studenti e appassionati chiamati a 'occupare' gli spazi sfitti e i cortili del quartiere, riflettendo su tre temi principali: la domesticità, la città e il ruolo del progettista/progetto (trovate le installazioni su via Balme 20, 28, 34, via Fiano 12 e via Nicola Fabrizi 23). Il 27 maggio, alle ore 15.30, dal sagrato della chiesa di S. Alfonso (corso Tassoni, angolo via Cibrario) partirà la visita gratuita alle opere del Museo d'Arte Urbana, con il direttore artistico Edoardo di Mauro. Al termine, alle ore 17, è possibile proseguire con la visita guidata al Rifugio Antiaereo e, successivamente, con la visita alla mostra Dimmi di sì: ieri, oggi e domani, collettiva fotografica sulle unioni civili a Torino, nella Galleria del MAU (via Rocciamelone 7/c, Torino); i due tour sono indipendenti, per cui si può partecipare direttamente alla visita al rifugio antiaereo, con ritrovo alle 17 alla torretta grigia di Piazza Risorgimento (la visita costa 4 euro).

Tra gli altri appuntamenti da segnalare, il 27 maggio, alle ore 15, al Circolo del Design (via Giolitti 26), Inside: flussi e mobilità a Torino e Brasilia, che racconta in forma grafica "l'obiettivo di raccontare in forma grafica il fenomeno di centralizzazione e decentralizzazione di Torino e Brasilia, due città molto diverse, per età e per conformazione, ma con dinamiche comparabili in termini di flussi e mobilità". Già oltre Architettura in Città, ma nell'ambito del Fuori Festival, il 7 giugno alle ore 15, al Circolo del Design ci sarà l'incontro MoMoWo – Svelare l'invisibile. Il patrimonio costruito dalle donne in Europa, che rifletterà sul "contributo delle donne alle professioni dell'architettura, dell'ingegneria e del design, in gran parte omesso o minimizzato dalla letteratura"; durante la tavola rotonda si cercherà anche di capire le ragioni storiche, politiche, culturali e sociali di questo mancata visibilità. Abitare innovando sinceramente approfondirà gli strumenti al servizio dei progettisti, mostrando le tecnologie digitali, gli spazi domestici arredati con oggetti e soluzioni intelligenti frutto delle tecnologie e dell'artigianato digitale (28 maggio, dalle ore 18, Toolbox Torino, via A da Montefeltro 2). l 31 maggio, infine, alle ore 15, si andrà alla scoperta di Casa Format, che propone Un nuovo Format nell'abitare: in via Giordano Bruno 13, a Orbassano (TO), Casa Format "nasce con l'idea di realizzare uno spazio energeticamente sostenibile, un luogo di incontro all'interno di un contesto fatto di scorci, colori, profumi e odori. Un luogo in cui sia possibile vivere il design, l'architettura, la sostenibilità, l'amore per il bello e allo stesso tempo degustare e condividere il gusto della tradizione".

Tutti gli appuntamenti del Fuori Festival di Architettura in Città, nell'apposita sezione del sito ufficiale della manifestazione.


Nel cuore di Torino, Flor 2017 amplia proposte, sede e programma

Weekend verde nel cuore di Torino: dal 26 al 28 maggio 2017, torna Flor, che per questa edizione amplia la tradizionale location in via Carlo Alberto a via principe Amedeo e a via Roma, nel tratto compreso tra piazza San Carlo e piazza Castello. L'ampliamento implica un maggior numero di espositori e un programma di conferenze e incontri più articolato rispetto alle scorse edizioni.


Gli espositori presenti saranno oltre 200, provenienti da ogni parte d'Italia, con proposte che vanno dagli agrumi siciliani alle piante alpine, dal Mediterraneo degli olivi e delle bouganville alle piante rampicanti e le orchidee per i giardini e i balconi, e poi, ancora, piante tropicali e acquatiche ma anche oggettistica per il giardinaggio, libri, sementi e prodotti naturali, decorazioni e spezie.

Il centro di Flor, organizzata dall'Associazione Nuova Orticola del Piemonte, è il cortile di Palazzo Birago, in via Carlo Alberto 16, con incontri e appuntamenti da non perdere. Tra questi ci sono anche installazioni e mostre che accompagneranno per tutta la durata della manifestazione: Citrus. Opus est nobis amore sub cortice è un'installazione artistica a cura dell'artista e designer Sophie Mühlmann, che propone un percorso olfattivo e visivo di grande impatto, attraverso fragranze, colori, disegni e forme originali. L'orto insolito, a cura del Vivaio Fratelli Gramaglia in collaborazione con Orticola Piemonte, espone piante da orto insolite e curiose provenienti da tutto il mondo. Il giardino del Gin, propone la scoperta delle piante da cui arriva una delle bevande alcoliche più amate. Marocco: il racconto, le immagini, i profumi. I tuffatori di Casablanca è il fotoreportage di questa edizione, a cura di Rosita Ferrato. Il programma di incontri è il seguente:

26 maggio 2017
ore 17
L'orto antico
Lezione aperta con Edoardo Santoro dell'Associazione Culturale Sguardo Nel Verde. Gli ortaggi più usati in passato e le tecniche di coltivazione della tradizione ci insegnano che, ancora oggi, l'orto fatto all'antica maniera ha molto da insegnare.

27 maggio2017
ore 10
I segreti dell'orto, con Marco Gramaglia del vivaio Fratelli Gramaglia.
ore 11
presentazione del libro Giungla nell'asfalto con l'autore Daniele Fazio
ore 12.30
L'orto in piazza. Esperienza di orto condiviso e smart in piena città, a cura dell’Associazione Orti in Piazza con Paolo Bonfiglioli.
Ore 15
presentazione de I Giardini di Torino - tutti i giardini da scoprire per abitare la città e vivere il verde a cura di AIAPP, nell'ambito del Festival dell'Architettura
ore 16
Funghi e pregiudizi popolari, a cura del Gruppo Micologico Torinese
ore 17
Marocco: il racconto, le immagini e i profumi. Dal libro I tuffatori di Casablanca di Rosita Ferrato,

28 maggio 2017
ore 11.30
I segreti dell'orto, con Marco Gramaglia del vivaio Fratelli Gramaglia.
Ore 15
presentazione de I Giardini del Piemonte - il viaggio delle piante nei giardini storici e contemporanei, a cura di AIAPP
ore 16
Le piante succulente: dalle strategie di adattamento agli accorgimenti di coltivazione, a cura di Aias in collaborazione con i vivai di piante cactaceae e succulente presenti a Flor.


martedì 23 maggio 2017

Salone del Libro 2017: il successo nel discorso di Nicola Lagioia

Ieri sera, mentre leggevo il comunicato stampa con l'appassionato discorso di chiusura di Nicola Lagioia, il direttore del 30° Salone Internazionale del Libro di Torino, mi chiedevo se pubblicarlo o meno integralmente, essendo molto lungo. Ma dice belle cose del Salone, di Torino, della Cultura e del suo valore per gli italiani, così ho deciso di compiere un atto di fiducia e lo pubblico tutto. Prima però, i numeri del successo del Salone torinese: alle ore 16 del 22 maggio, i visitatori sono stati 165.746 (140.746 al Salone e oltre 25mila per le iniziative del Salone Off), circa 38mila in più del 2016; l'orario complessivo, rispetto al Salone 2016, è stato ridotto di 12 ore. Le vendite di libri sono aumentate un po' per tutte le case editrici, con punte di +50% per Feltrinelli e Newton Compton e del 40% per Sellerio e Marcos y Marcos. Sono numeri che parlano da soli e raccontano il successo di un format e l'orgoglio di una città. Che nessuno osi toccare quello che Torino ha inventato e curato con passione, affetto ed entusiasmo. Il prossimo Salone del Libro si terrà dal 10 al 14 maggio 2018. E questo è il discorso conclusivo dell'uomo che lo ha rilanciato e che sarà il suo direttore anche il prossimo anno: Nicola Lagioia.

Mentre il Salone sta vivendo le ultime ore di questa edizione, e la gente sta tornando a casa, e i binari delle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa sono pieni di persone che si abbracciano tra loro, e i social traboccano oggi non di messaggi d'odio ma di veri squillanti sinceri dichiarati messaggi di amore, pace, e solidarietà (che, come abbiamo detto sin dalle prime conferenze stampa, sono state le stelle polari che non abbiamo avuto paura di seguire in questi mesi di lavoro), mentre siamo in mezzo a tutto questo, ci stiamo rendendo conto che qui a Torino, in questi cinque giorni, è successo qualcosa che nessuno avrebbe previsto, anche se ognuno di noi l'aveva desiderato a lungo, in un tempo e in un mondo in cui ti dicono che le cose che davvero desideri hanno poca speranza di realizzarsi. Invece ogni tanto accadono, e io mi auguro che sia accaduto, o meglio che stia accadendo una volta per tutte.

Non mi riferisco al successo del Salone del Libro di Torino. Che sia stato un enorme successo è talmente evidente a tutti che non c'è bisogno di spiegarlo.

Io credo che al Salone, e a Torino, in questi cinque giorni, e in queste cinque notti, sia accaduto qualcosa di molto più grosso, e di più profondo. Il Godot che per tanti anni avevamo aspettato che comparisse sulla scena, si è finalmente mostrato. È successo qualcosa che riguarda l’idea di comunità, l'idea del ritrovarsi insieme, l'idea di partecipare in maniera finalmente sensata, umana, viva, fraterna, alla vita pubblica di questo paese, l'idea di tornare a fare davvero esperienza attraverso la cultura e i libri, l'idea di poter vivere insieme in modo solidale, pacifico ed emotivamente profondo, l'idea di dare a centinaia di grandi autori ed editori provenienti da ogni angolo del mondo la prova che in Italia succedono cose che possono diventare un modello per l'estero, non è vero sempre e soltanto il contrario.

Questo è successo nell'imprevedibile radioso maggio del 2017, qui a Torino. È successo che gli aerei che adesso attraversano il cielo lungo le tratte di ritorno, diretti a Parigi, a Londra, a New York, a Buenos Aires, a Santiago del Cile, a Mumbay, sono pieni di alcuni degli autori più importanti al mondo, alcune delle menti e degli spiriti migliori del XXI secolo, che prima di partire ci hanno detto: «Abbiamo passato cinque giorni indimenticabili, spiegateci come fate a fare quello che abbiamo visto e vissuto, perché sarebbe bello che una cosa del genere – con uno spirito del genere – ci fosse anche nel nostro paese». È successo che molti italiani all’estero (tanti appartengono alla mia generazione, e a quelle successive, e sono stati costretti ad abbandonare i luoghi in cui sono nati negli anni scorsi) hanno potuto vivere un momento di vero orgoglio, perché laggiù, nel loro paese, stava accadendo qualcosa di importante.

Io, personalmente, che certi nodi venissero al pettine per ciò che riguarda il funzionamento di un certo modello, e di una certa idea di cultura, lo stavo aspettando da molto tempo.

Questo Salone ha dimostrato molte cose, che smentiscono sonoramente, completamente, una scuola di pensiero di cui la gente è stanca, e venendo qui al Salone ha detto chiaro e tondo qual è l’idea di cultura e l’idea di comunità in cui ripone delle speranze.

Ad esempio, non è vero che se alzi il livello il pubblico si restringe. Se alzi il livello, e lo fai in un'ottica di vera inclusione, e di vera partecipazione, può capitare che il pubblico smetta di essere pubblico, rompa il guscio odioso che separa la società dello spettacolo dalla vita reale, e (non più pubblico) si trasformi di nuovo in una comunità di fratelli e sorelle felici di esserci, e di vivere tutti quanti insieme. Questo, è successo qui negli ultimi 5 giorni.

Tutto questo è stato chiaro sin da giovedì, quando alla nove del mattino, una folla enorme si è presentata davanti ai cancelli del Lingotto. Ma ciò che ha iniziato a succedere a partire da sabato, è stato veramente impressionante, di quelle cose che tolgono il fiato, e a loro modo segnano un momento storico, o danno il polso di un momento storico, o meglio rivelano la vera faccia di un momento storico, in un modo che gli analisti e i metereologi non erano stati in grado (fino a quel momento) di prevedere e di mettere a fuoco. A un certo punto la realtà si mostra, e tutto ciò con cui l’avevi travestita

Mentre la gente faceva file interminabili, affollava gioiosamente, fino ai limiti della capienza il Lingotto, sentendo parlare Luis Sepulveda, Daniel Pennac, Annie Ernaux, Yasmina Reza, Richard Ford, Giorgio Agamben, Amitav Ghosh, Eugeny Morozov, Luciano Canfora, Dacia Maraini, Paco Ignacio Taibo II, padre Alejandro Solalinde, Sonia Bergamasco, Goffredo Fofi, e così via... mentre accadeva tutto questo, la sera ha cominciato (per esempio sabato), a scendere sulla città. A Mirafiori c’erano Sandro Baricco e Francesco Bianconi che leggevano "Furore" di Steibeck, e Mirafiori era piena di gente, c'era in contemporanea al Circolo dei Lettori Giordano Meacci che faceva un reading su Bob Dylan, e il Circolo era pieno di gente, e poi, alla Scuola Holden, c'era una festa lunghissima e bellissima dedicata a Twin Peaks e a Laura Palmer, e la Scuola Holden era piena di gente, c’era all’Ex Incet un concerto dedicato ai Velvet Underground, e l’Ex Incet (il villaggio notturno del Salone) era pieno di gente, e ha continuato a esserlo fino a quando, alle sei del mattino, ci sono state le lezioni di tango, e alle sei del mattino (dopo la lunga notte del Salone) l’ex Incet era pieno di donne e di uomini che salutavano il nuovo giorno ballando il tango.

Che cosa significa tutto questo?

Significa che Torino, con il suo Salone e al di là del Salone, attraverso i libri e la cultura (questo ci stanno dicendo le centinaia di migliaia di donne e uomini, ragazze e ragazzi che ci si sono stretti intorno) si propone per gli anni a venire come uno dei più importanti laboratori di democrazia, pace, e convivenza civile a livello europeo. Quello che è successo (per come è successo, per la statura e l'importanza degli autori coinvolti, e per il numero di persone che ci ha partecipato) non ha soltanto un valore nazionale, ma ha una valenza continentale.

E allora...

Primo
Questo non sarebbe mai stato possibile senza gli Amici del Salone, e senza gli altri editori che ci hanno sostenuto – nessun tavolo istituzionale che si voglia fare sul futuro del Salone, a cui siano invitati degli editori, potrà più fare a meno di loro.

Secondo
Ringrazio la sindaca Chiara Appendino, e il Presidente della Regione, Sergio Chiamparino, per come hanno creduto in questi mesi a questo magnifico progetto. Senza il loro coraggio, e senza la loro saggezza (per l'occasione sono stati saggi e coraggiosi), tutto questo non sarebbe neanche iniziato. Cara Chiara, caro Sergio: il fatto che apparteniate a due diversi, per certi versi opposti schieramenti politici, aumenta il valore della vostra impresa. Al di là dei diversi schieramenti politici... Siamo tutti italiani: ci siamo ricordati di esserlo (tutti italiani) nel 1948, è un bene che ce ne siamo ricordati alle soglie del 2018.

Terzo
Per la portata straordinaria di quello che è successo, il Salone è chiaramente un patrimonio quantomeno nazionale (è un laboratorio e un modello prezioso per l'intero paese), di conseguenza ci aspettiamo che questo modello sia difeso e sostenuto a livello nazionale, lasciando al Salone l'autonomia di cui ha goduto quest'anno e di cui avrà ancora più bisogno negli anni a venire.
Sono felice, dunque, che a inaugurare questa edizione siano venuti la ministra Valeria Fedeli e il ministro Dario Franceschini. Il mio appello è a loro: ciò che è successo in questi giorni ha una tale portata, che non esiste strategia o calcolo politico che possa resistervi, se riteniamo che il bene comune sia l'obiettivo di noi tutti.
Cara ministra Fedeli, a lei vanno i nostri saluti più grati e affettuosi: ci rivedremo spero presto.
libro che scavalca un muro. Questo vale per la complessa situazione in cui versa il mondo, un mondo ancora pieno di guerre, lacerazioni, e terribili disuguaglianze. Ma questo non dovrebbe valere all’interno del mondo del libro, in un paese come l'Italia. Ministro Franceschini, venga da questa parte e ci aiuti a buttare giù quel muro!

Quarto
Liberate le energie. Liberate la creatività. Fate sì che (all'interno del mondo dell'editoria) le regole della creatività e del desiderio prevalgano su quelle dell'obbedienza, se obbedire significa privarsi di qualcosa di prezioso.
I grandi gruppi editoriali che quest'anno non sono venuti al Salone, sono invitati per il prossimo anno. Vi aspettiamo a braccia aperte. Abbiamo bisogno delle vostre idee, della vostra competenza, della vostra capacità di coniugare cultura e spirito d'impresa. Ma anche voi: aiutateci a tirare giù quel muro.
Parlo per un attimo a titolo personale. Parlo da scrittore, prima ancora che da direttore del Salone del Libro. Come autore Einaudi, mi sono sentito francamente mortificato per come la casa editrice i cui dirigenti e i cui autori un tempo morivano o andavano in esilio per le proprie idee, sia stata costretta nel 2017 a una lunga faticosa trattativa per ottenere un piccolo stand nella propria stessa città. Amici di Mondadori – vi sento vicini, con molti di voi ci conosciamo da anni e c'è stima reciproca: per cui posso davvero dire «amici di Mondadori»... Amici di Mondadori, aiutateci a fare di questo Salone qualcosa di ancora più bello e più prezioso. Lasciate che gli amici di Einaudi siano restituiti al Salone della loro stessa città, e possano aiutare la propria stessa città a restare una delle vere eccezioni culturali non di questo paese, ma di questo continente. Ne beneficeremo tutti.
Ovviamente questo vale per tutti gli editori con cui quest'anno abbiamo dialogato a una maggior distanza di quanto avremmo voluto. Ritroviamoci in uno spirito di vera amicizia, e di vera collaborazione. La vita è una e non ritornerà, l’occasione che ci è data come esseri mortali non verrà una seconda volta – questa volta abbiamo l'occasione di lasciare veramente un segno, facciamolo insieme.

Quinto, e ultimo
Il progetto per il Salone del 2018 sta già prendendo corpo. Stiamo già preparando il tema, stiamo già tracciando le forme di quello che sarà. L’auspicio è insomma che questo sia solo l’inizio, o meglio il giro di boa per i prossimi 30 anni. Chi vi parla, aiuterà il Salone giusto per un altro pezzettino. Che il Salone si debba fare, che si debba fare a Torino, e che si debba fare a maggio, non lo decidiamo noi, non lo decidono le case editrici, non lo decide la politica. Lo ha deciso l’enorme popolo di fratelli e sorelle che ha invaso pacificamente questa città negli ultimi giorni.

Ci vediamo qui a Torino, dal 10 al 14 maggio del 2018.


lunedì 22 maggio 2017

Open House Torino aprirà 111 architetture pubbliche e private

Open House Torino ha vinto la sua prima sfida: gli organizzatori volevano aprire 70 architetture difficilmente accessibili al pubblico, il 10 e 11 giugno 2017 ne apriranno ben 111. Come presentazione della prima edizione non è niente male. Ma per capire bene quanto sia eccellente il risultato di questa prima Open House Torino bisogna ricordare come nasce il format: a Londra, nel 1992, Victoria Thornton lancia la prima Open House, proponendosi di aprire per un solo weekend all'anno gli spazi e le architetture generalmente chiuse al pubblico, affinché sia visibile, anche solo per due giorni, un patrimonio di spazi e stili di vita generalmente invisibile, dietro le pareti. È un successo: in 25 anni la manifestazione arriva ad aprire a Londra oltre 700 spazi in un solo weekend per ben 300mila visitatori, dilaga nel resto del mondo, raggiungendo 35 città, tra cui Roma, dal 2012, e Milano, dal 2016; nella capitale, in cinque anni di Open House il pubblico è aumentato del 400%!


Molecular Biotechnology Center - The Number Six

Da questi numeri potete capire come la prima edizione di Open House Torino sia davvero promettente. Nel sito web, trovate la lista degli spazi aperti: appartamenti privati e palazzi storici, studi professionali ed edifici ex industriali, laboratori scientifici e strutture sportive, in un crescendo che coinvolge tutta la città e tutti i suoi quartieri, che permette di guardare Torino dall'alto e di scoprire le passioni dei suoi residenti. Spulciando tra i 111 spazi che apriranno al pubblico, dai Docks Dora a Villa Cairoli, dal Palazzo della Luce all'ex INCET, dal Lanificio Torino a Palazzo Bricherasio, dal Cohousing Numero Zero a The Number 6, da Villa Agliè alla Fondazione Monaco, all'ultimo piano della torre più alta di Spina 3, ognuno di noi può creare il proprio itinerario, soddisfare le proprie curiosità e scoprire un patrimonio d'architettura e design che rimane quotidianamente celato ai nostri occhi.


Ex CEAT /Torino Loft - Villa d'Agliè

Il risultato più bello raggiunto finora da Open House Torino, a poco meno di venti giorni dalla sua prima edizione, è aver già messo in evidenza la grande versatilità non tanto e non solo dell'architettura torinese, ma anche di chi la forgia, le dà nuova vita, la abita. I villini liberty di San Donato e Cit Turin, che nascondono eleganti appartamenti di design contemporaneo, gli edifici ex industriali che sono diventati residenze, centri culturali, poli d'arte, scuole di pensiero e di lavoro, cortili che hanno saputo proporre nuovi modi di vivere e che sono diventati riferimenti dell'architettura contemporanea. Casa Baloire e Casa Okumé, Casa Pomba e Casa Bossi, i loft dell'ex CEAT e del Palazzo della Luce raccontano la Torino del design contemporaneo in contenitori non necessariamente appena costruiti. Le Torri Pitagora, a Mirafiori Nord, e la Torre Monaco, in Spina 3, il campanile di Faa' di Bruno, a San Donato, offrono una Torino dall'alto che non sia la solita, vista dal Monte dei Cappuccini o dalla Mole, e offrono punti di vista inediti o, per lo meno, non frequentabili quotidianamente.


Spazio MRF, Capannone ex DAI - NH Collection Piazza Carlina

Appassionata di architettura per studi universitari al Castello del Valentino, fresca autrice di un ebook dedicato agli edifici ex industriali e riutilizzati nella Torino del XXI secolo, so già che mi perderò tra il liberty e il design, tra gli edifici storici reinterpretati, siano l'hotel NH Collection Piazza Carlina, il Camplus dell'ultimo piano del Lingotto, The Number Six o il loft del Palazzo della Luce. L'offerta è davvero vastissima e Open House Torino dura solo due giorni, da sfruttare intensamente.

Il sito web, da cui sono state tratte queste immagini e con le schede di tutti gli spazi aperti e tutte le informazioni per organizzare i propri itinerari (c'è anche una mappa da scaricare, in .pdf), è openhousetorino.it.


domenica 21 maggio 2017

Un itinerario per una giornata a Novara: cosa fare, cosa vedere

Quache giorno fa sono stata invitata a una mezza giornata a Novara e ho accettato con entusiasmo perché ho sempre avuto curiosità per la città della cupola di San Gaudenzio. Come molte città di provincia, Novara espone il tranquillo benessere in un centro storico che ha mantenuto la gentilezza del passato, tra portici bassi, facciate colorate e scorci suggestivi, ma come tanta Italia deve anche imparare che essere belli, per essere turistici, non basta.


Per esempio: siamo andati nell'Ufficio del Turismo (Baluardo Quintino Sella 40) e, essendo tutti giornalisti e blogger, persone, cioè, che potevano far conoscere la città attraverso i loro articoli, invece di essere travolti, abbiamo trovato poca passione e meno spirito di iniziativa nell'offrire materiale e presentare proposte culturali e patrimonio artistico della città. Arrivati al Duomo pochi minuti prima di mezzogiorno (saranno state le 11.58?), ce lo siamo visti chiudere in faccia, perché era orario di chiusura. E va benissimo, ma, di nuovo, se sei una città che aspira a farsi conoscere, forse se arriva una piccola comitiva di turisti, che chissà se tornerà e chissà come parlerà di te, una decina di minuti si possono regalare, magari con una strizzata d'occhio e la raccomandazione di non superare quella decina di minuti regalata (e quei 10 minuti sarebbero stata la cosa più preziosa da ricordare e da raccontare, circa la gentilezza e la disponibilità dei novaresi).

Ma è andata così e queste sono le cose che mi hanno colpito di Novara, città in cui tornerò per conto mio per approfondire la conoscenza di quello che mi ha incuriosito, regalandomi tutto il tempo necessario.



Come non iniziare un itinerario novarese dalla Basilica di San Gaudenzio, che caratterizza lo skyline novarese, grazie alla cupola di Alessandro Antonelli? La Basilica è stata costruita nel XVI secolo, è ampia e imponente, con tele del Fiammenghino e un polittico di Gaudenzio Ferrari; non uscirebbe dal canone tradizionale di una chiesa a croce latina con cupola all'incrocio dei bracci, non fosse proprio per la cupola. Sulla cima c'è la statua dorata del Cristo Salvatore, praticamente visibile da tutta la città: l'originale è esposto nel transetto della Basilica e sorprende per dimensioni e bellezza. Sulla cupola si può salire in ascensore, dal giovedì alla domenica: il panorama da lassù dev'essere imperdibile e comprende il massiccio del Monte Rosa; noi siamo andati a Novara un martedì e bisognerà tornare.


A poche decine di metri dalla Basilica di San Gaudenzio c'è Casa Bossi, una delle più belle architetture civili della Novara ottocentesca, disegnata da Alessandro Antonelli, l'architetto che non ha solo segnato l'identità di Torino con la Mole, ma che nella sua Novara ha lasciato tracce indelebili (oltre alla Cupola di San Gaudenzio e Casa Bossi, è suo anche il Duomo): si presenta con una facciata leggermente inclinata rispetto al tracciato stradale, con un magnifico corpo centrale colonnato e sovrastato da un timpano imponente. Davanti all'edificio, il bel viale che segue i bastioni: sul suo lato occidentale, Novara è leggermente più alta del territorio che la circonda, trovando difesa sia nel dislivello naturale che nei bastioni (anche questo, un percorso da approfondire in una visita futura).


Lungo la via San Gaudenzio le architetture ottocentesche si mescolano a quelle di un altro novarese illustre, Vittorio Gregotti, mentre nella vicina via Negroni, c'è Palazzo Bellini, uno dei più bei palazzi storici della città, che conserva una delle sue sale così com'era il 23 marzo 1849, quando re Carlo Alberto, dopo la sconfitta di Novara, abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele; non è stato l'unico episodio del Risorgimento vissuto dal Palazzo: una decina d'anni dopo, nelle stesse sale, Napoleone III e Vittorio Emanuele II si prepararono alla battaglia di Magenta.


Non troppo lontano (il cuore di Novara si può davvero visitare in un giorno, godendosi scorci e ritmi lenti), c'è uno dei complessi più curiosi della città, il Broletto, costituito da una serie di edifici costruiti tra il XIII e il XVIII secolo; si respira una piacevole atmosfera medievale, grazie alle finestre ogivali, ai loggiati, agli affreschi quattrocenteschi che sembrano riferirsi ai poemi cavallereschi: non è difficile immaginasi qualche madonna che aspetta alla finestra un cantastorie. E forse non a caso la sede del Circolo dei Lettori di Novara si trova proprio qui. Nel cortile interno si affacciano anche quelli che furono il Palazzo del Podestà e il Palazzo dei Paratici, una delle corporazioni artigiane, e l'insieme di edifici di epoca diversa ha raggiunto una piacevole armonia. Nel Broletto c'è anche la sorprendente Galleria d'Arte Moderna, costruita grazie alla donazione delle collezioni di Alfredo Giannoni, con numerosi quadri dell'Ottocento italiano.


Superato il Teatro Coccia, inizia la bella Allea, un lungo viale che segue il Parco che circonda il Castello, un complesso difensivo voluto dai Visconti, rivisto dagli Sforza e trasformato poi dagli Spagnoli nel cuore della difesa di Novara. Oggi, dopo una storia intensissima, in cui è stato anche un carcere, è un monumento che ospita mostre ed eventi culturali (e, tornando a Novara, è da vedere, insieme al bel Parco che lo circonda). Il parco del Castello porta ai confini del centro storico, e qui, a poca distanza, in viale Roma 11, c'è L'allegra cucina, il ristorante in cui abbiamo pranzato; lo gestiscono Monica Ruspa, un'ex manager passata alla ristorazione, e la sua amica Vanda, che l'ha seguita in questo cambio di vita; è piccolo, con solo 30 tavoli, con un'atmosfera intima, rallegrata dai colorati quadri alle pareti, si mangiano piatti della tradizione piemontese, con ingredienti rigorosamente selezionati dalla stessa Monica. Noi abbiamo provato un delizioso risotto con fonduta di gorgonzola e salsa di pere al Peyrot (siamo pur sempre nella terra delle risaie!), preceduto da un delicato flan di cavolo con crema cauda e da salumi di Novara; per chiudere un gelato al latte con il vov di Vanda e il pane di San Gaudenzio. Davvero un bel posto per una sosta piacevole, conoscendo i piatti della tradizione con tocchi di contemporaneità.


Non è stato l'unico contatto con le eccellenze locali: nel centro storico, in vicolo Monte Ariolo, c'è il Biscottificio Camporelli, che dal 1852 produce i biscottini di Novara, preparati con ingredenti semplici (uova fresche, zucchero e farina) e con un particolare tipo di cottura, sono profumati e leggeri, impossibile resistergli (e infatti una confezione è venuta con me a Torino).